Housing Plus! Una casa per ripartire, un’opportunità per costruire inclusione

Susanna Fiorletta
6 minuti

Il progetto Housing Plus! di PsyPlus continua a crescere. Ne avevamo parlato per la prima volta con Giulio Ciucci, responsabile del progetto, che ci aveva raccontato la nascita dell’iniziativa e la scelta di portare a Roma il modello Housing First: un approccio che considera la casa come il punto di partenza di un percorso di autonomia e inclusione.

Da allora il progetto è andato avanti, ampliando la rete di collaborazione con istituzioni locali, finanziatori e cittadini e accogliendo nuove persone. Un percorso che, oltre alla disponibilità di abitazioni, richiede un accompagnamento nel tempo: dalla gestione della vita quotidiana all’accesso ai servizi, fino al sostegno psicologico, sociale e al reinserimento nella comunità.

Questa volta abbiamo scelto di raccontare Housing Plus! dal punto di vista di chi accompagna quotidianamente i beneficiari nel loro percorso, Viola Segnalini, psicoterapeuta in formazione e operatrice del progetto.

Viola, raccontaci prima di tutto di cosa ti occupi nel progetto Housing Plus!

Come operatrice del progetto Housing Plus! accompagno i beneficiari e le beneficiarie nel percorso in casa attraverso una serie di attività.

Innanzitutto ci tengo a fare una precisazione: uno dei criteri dell’Housing First è che le persone abbiano diritto di scelta e controllo. Non c’è un approccio coercitivo, perciò quello che si fa viene condiviso e co-costruito con la persona beneficiaria.

Noi diamo una “spinta gentile” ai beneficiari e alle beneficiarie e, nel momento in cui emergono delle resistenze, proviamo a discuterne insieme, dialogare e facilitare il processo di inserimento.

Housing Plus! è il progetto che ha portato il modello Housing First a Roma. In cosa consiste e che cosa cambia rispetto al tradizionale sistema di accoglienza delle persone senza dimora?

Housing Plus! è dedicato alla grave emarginazione adulta e ribalta il sistema di accoglienza.

In Italia è sempre stato presente un modello più assistenzialista, anche detto “a gradini”, nel quale la casa rappresenta il punto di arrivo.

L’Housing First ribalta questo modello: si parte dalla casa, che diventa il punto di partenza di un percorso senza scadenza, volto a far raggiungere una condizione di benessere al beneficiario.

Questo benessere è personalizzato, nel senso che è la persona stessa che deciderà dove vuole arrivare e come farlo.

Cosa significa entrare in una casa dopo aver trascorso molti anni in strada? Su quali aspetti lavorate nella prima fase del percorso?

Le attività che svolgo con i beneficiari sono diverse.

La prima riguarda proprio il riadattamento alla casa attraverso una serie di attività quotidiane: la pulizia della casa, cucinare, seguire un’alimentazione sana, personalizzare gli spazi, che si tratti della propria stanza o degli altri ambienti della casa.

In pratica, aiutiamo i beneficiari a riadattarsi alla casa attraverso la sua cura quotidiana, anche sensibilizzandoli sul consumo di elettricità, acqua e raccolta differenziata.

In una prima fase, capiamo insieme quali accessori e oggetti servono in casa, cosa bisogna comprare per la manutenzione e la pulizia della casa.

Diversi beneficiari hanno trascorso moltissimi anni in strada, anche trenta e passa anni, perciò alcune abitudini si sono perse e devono essere riacquisite. Lo scopo è rendere la casa uno spazio sicuro per la persona e permetterle di riacquisire un senso di sicurezza e di benessere al suo interno.

Le persone senza dimora non vivono bene la strada che invece viene vissuta come un posto pieno di pericoli, soprattutto di notte.

Faccio un esempio: il primo beneficiario che ho seguito, durante la prima notte in casa, ha dormito tantissimo. Quando gli ho chiesto perché si fosse svegliato a mezzogiorno, mi ha risposto che non faceva un sonno così ristoratore da tanto tempo.

Abbiamo visto come la casa è il punto di partenza del percorso dei beneficiari.

Esatto, dopo la prima fase di adattamento in casa, nella seconda li facciamo entrare in contatto con i servizi medici e sociali: il medico di medicina generale, il CSM o il SerD quando necessario, il servizio sociale, il CAF, il centro per l’impiego.

Tutto questo, come dicevo prima, viene condiviso con la persona. L’accompagnamento ai servizi riguarda, ad esempio, l’ottenimento dell’Assegno di Inclusione o l’avvio di attività socialmente utili, come attività di volontariato con un piccolo rimborso spese, attraverso le quali le persone entrano nuovamente in contatto con la società.

Per esempio, uno dei nostri beneficiari fa volontariato in un servizio dedicato a mamme e neonati e si occupa della parte di magazzino e stoccaggio di vestiti, cibo e altri materiali; un altro ha scelto invece di dedicarsi all’ambiente e alla pulizia delle strade.

Accanto all’abitare c’è poi un importante supporto psicologico.

Esatto, altra attività fondamentale è quella del supporto psicosociale, che si costruisce proprio attraverso la relazione con l’operatore od operatrice.

Il nostro obiettivo è fare in modo che, attraverso la relazione, la persona possa reintegrare aspetti di sé che nel tempo ha scisso dal suo essere.

Ad esempio, un beneficiario che seguo mi dice sempre che alcuni aspetti della sua vita sono chiusi in un cassetto a chiave; così una delle cose che stiamo facendo è provare ad aprire questi cassetti. Un suo desiderio sin da giovane era suonare il basso elettrico, allora, con il nostro aiuto, ha comprato un basso elettrico e ha iniziato a suonarlo.

Come operatrici abbiamo una funzione transizionale, ossia accompagnare i beneficiari tra due stati dell’essere, ricucendo ciò che appartiene al passato della persona con il suo presente e il suo futuro. Il passaggio in casa è complesso, difficile, pieno di paure e ambivalenze.

Qual è il punto di arrivo del percorso con voi?

Il punto di arrivo non è predefinito, ma è la persona, insieme all’operatore o all’operatrice, a decidere dove vuole arrivare. Questo perché i percorsi non sono standardizzati ma personalizzati.

Possiamo pensare, come obiettivo ideale, al fatto che la persona riesca a proiettare i propri desideri sulla casa. Se la casa è la rappresentazione fisica dello spazio psichico, la cura della casa diventa il riflesso del benessere emotivo della persona.

Molti dei beneficiari vivono insieme in una stessa casa. Che ruolo ha la convivenza?

La maggior parte dei beneficiari accolti nel nostro progetto vive in convivenza, mentre solo alcuni vivono in monolocali.

La convivenza, nella nostra esperienza, si è rivelata un buon modo per lavorare sulla relazione e sul reinserimento nella società. Dà alla persona la possibilità di riconoscere ed essere consapevole dell’altro e allo stesso tempo di riconoscere e accettare alcune parti, anche scomode, di sé nell’altro.

La convivenza permette quindi di lavorare su questo e rappresenta un primo passo verso il reinserimento nella società.

Come accompagnate i beneficiari nella gestione della vita comune?

Esiste uno spazio chiamato “facilitazione” nel quale uno psicologo o una psicologa, due volte al mese, svolge una riunione con tutti i coinquilini.

È un momento in cui si parla degli aspetti positivi e negativi legati alla convivenza, degli eventuali conflitti che sono nati, delle necessità e dei bisogni di ognuno.

Il facilitatore funge anche da mediatore: costruisce un dialogo proficuo tra i coinquilini, li facilita nello scambio rispetto a ciò che non ha funzionato in casa e nell’espressione dei propri desideri e di ciò che vorrebbero.

Ad esempio, in un appartamento si è scelto di destinare una parte dei soldi della cassa comune all’acquisto di un oggetto per la casa. È stato scelto uno strumento per fare la pasta all’uovo, perché uno dei beneficiari ci teneva molto essendo di origine romagnola.

Che ruolo ha, nella storia delle persone che seguite, il trauma legato alla perdita della casa e dei propri legami?

Perdere una casa è sempre una forma di trauma. Per questo abbiamo un servizio specifico di supporto psicologico tenuto dai nostri psicoterapeuti, che mira a sostenere la persona nella riappropriazione di una propria identità.

Questo servizio viene messo a disposizione proprio per ricucire i vissuti legati alla casa a ciò che è stato perso, inclusa la propria rete relazionale.

Con questo servizio ci mettiamo accanto alla persona affinché possa riattraversare la propria storia dolorosa.

Rispetto all’avvio del progetto, a che punto siete oggi?

Stiamo crescendo e siamo in grado di accogliere sempre più persone. Per questo abbiamo bisogno di più case.

Il progetto ha un finanziamento solido: come associazione ci intestiamo i contratti di locazione degli appartamenti, residenziali e non transitori perché uno degli slogan dell’Housing First è proprio “per tutto il tempo necessario”.

Il nostro Ufficio Abitare si occupa di dialogare con il proprietario di casa e con i condomini e gestisce anche tutto ciò che riguarda le manutenzioni ordinarie e la cura della casa.

La disponibilità di abitazioni è condizione necessaria per poter ampliare il progetto. Cosa vorreste dire oggi ai proprietari di casa?

Quello che vorrei rimandare ai proprietari di casa è di avere fiducia.

Fiducia nel pensare che il benessere della società si costruisca attraverso l’accoglienza. Un’accoglienza che non passa soltanto attraverso l’apertura di spazi concreti, ma anche attraverso la capacità di accogliere ciò che è diverso da noi.

E faccio una provocazione che riguarda tutti, anche me: c’è un filo rosso che lega noi alle persone senza dimora, abbiamo dei vissuti comuni. Quello che ci ha salvato, però, è l’aver avuto attorno a noi una rete di sostegno.